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Cosa succede durante gli scrutini?

Posted by teknux on September 18, 2007 at 02:42 PM

Galvanizzato dal precedente articolo ed ispirato dalla settimana dedicata alla scuola di MenteCritica ho pensato di approfondire qualche altro aspetto della mia esperienza da docente. Ho sempre trovato buffo (per non deprimermi) constatare che molte deficienze riscontrate e criticate da studente, le ho ritrovate, dopo un decennio, anche da insegnante.

Le differenze ed i vantaggi di una simile posizione sono cruciali:
  1. Finalmente, da adulto e docente, quindi come persona informata dei fatti, posso affermare con ragionevole certezza che spesso avevo ragione io!. Queste soddisfazioni non hanno prezzo, altro che carte di debito. Tra le poche cose non esatte, c’è la constatazione che gli insegnanti sono esseri umani, è stata dura farlo capire anche ai miei studenti perchè persino io stento tuttora a crederci.
  2. Un insegnante, almeno in potenza, è un soggetto attivo, contrariamente allo studente che, per tutta una serie di motivazioni, nasce soggetto passivo. Questo comporta l’investitura di un discreto potere per provare a cambiare qualcosa, almeno finchè si rimane trincerati dentro l’aula.
Il secondo punto, potrebbe anche spiegare come mai l’istruzione italiana inibisce la sete di sapere nello studente medio:
  • spesso le lezioni sono noiose
  • se non lo sono in partenza, ci sono buone probabilità che lo diventino entro breve. La sola imposizione (o comunque la modalità di somministrazione verticale) senza alcuna partecipazione da parte dei fruitori è un fattore catalizzante. Basti pensare all’apparato riproduttivo che si affronta con l’insegnante di scienze: quasi tutti gli adolescenti non vedono l’ora di arrivare a quella parte di programma per curiosità o solo per vedere l’imbarazzo del prof a trattare con le pinze l’argomento. Non sia mai si faccia un po’ di educazione sessuale nel XXI secolo!
Ad ogni modo, questa volta vorrei tornare sul primo punto, perchè anche sforzandosi di accantonare certi luoghi comuni, forse legati ai ricordi di studente insubordinato, trovo sia cruciale. Uno dei dilemmi che mi hanno accompagnato perseguitato per anni è stato: che diavolo succede durante gli scrutini? Che la meritocrazia sia un concetto decisamente illusorio in Italia è cosa nota in pressochè tutti i settori sociali, istituzionali e professionali, ma i primi contatti con questa devianza avvengono tra i banchi di scuola, quando è il caso di affermare che il buongiorno si vede dal mattino…
Mi allaccio all’articolo di cruman perchè mette in evidenza alcuni aspetti riguardanti le valutazioni che i prof danno dei ragazzi e di quanto queste lascino immaginare che qualcosa non torna. Ebbene, ho provato le stesse perplessità prima, ed ho dovuto constatare che non erano poi così infondate dopo. Cominciamo quindi con un po’ di rivelazioni, vedrò di spiegarle strada facendo:
  • spesso i prof non hanno niente da dire ma qualcosa devono esprimere: se non ha stabilito un canale di comunicazione con l’alunno è male, lo stipendio non serve solo a rincorrere le tappe stabilite dal programma. È anche vero, però, che anche con tutta la buona volontà, ci sono troppi ragazzi da tenere a bada: il numero è stato innalzato a 28 alunni per classe, provate ad immaginare cosa significhi fare lezione immerso in una folla di adolescenti con gli ormoni impazziti; che pensino a tutto tranne alla scuola diventa un fattore biologico, che diamine! Ciò non esclude l’esistenza del solito fancazzista DOC che sta pensando all’appuntamento dal parrucchiere o alle partite da giocarsi allo SNAI.
  • alcuni applicano le loro vendette personali, qualche volta per cause indipendenti persino alla scuola. Qui c’è poco da dimostrare, la prima raccomandazione dei genitori sin dalla prima elementare è: non farti prendere d’occhio, altrimenti sei rovinato. Passano gli anni, cambiano gli insegnanti, nessuno di loro ricorda la lezione che ha subito da studente, evitando la ricerca di percorsi alternativi per migliorare il rendimento dei propri alunni. Eppure questo lavoro consiste proprio nel raggiungimento di tale scopo: la sfida non consiste nell’ottenere risultati da chi già è in grado di offrirli, ma il contrario. Ovviamente, occorre fare i conti con quanto detto nel punto precedente.
  • non sempre l’insegnante tiene presente il concetto che bocciare non significa necessariamente punire, ma può contribuire al processo di formazione. Fin qui nulla di nuovo per molti, ma è possibile concepire la promozione come un favore ad un parente o per evitare di non raggiungere il numero legale per formare la classe successiva (seguendo i ragionamenti che ho già esposto altrove)? Con un po’ di sforzo è possibile accantonare questo problema, almeno finchè si tratta di scuole ministeriali, dove purtroppo è scontato che anche diplomandosi col massimo dei voti, ciò non attesta autorevolmente la qualità dell’individuo. Anche in questo caso, il discorso dei CFP è diverso: lì si insegna un lavoro pratico quale l’estetista, il parrucchiere, il cuoco, l’elettricista, solo per citare alcuni corsi. Vuol dire che una volta ottenuto l’attestato professionale, per la legge si è in grado di esercitare quel mestiere, con tutte le responsabilità che questo comporta.

Infine occorre tenere presente che molti insegnanti partono dal presupposto, non necessariamente fondato su basi concrete, che lo status di adulto ed insegnante conferisca poteri di infallibilità nei confronti dei propri studenti. Anche qui niente di nuovo, ne parlavo giusto all’inizio. Il problema è che questo atteggiamento sfocia in valutazioni poco attendibili, basate su impressioni e sottoposte ad un metro puramente soggettivo. I danni che un simile approccio può provocare non sono quantificabili, si rischia di rovinare una personalità ancora in pieno sviluppo. Il nipote citato da cruman risulta un esempio emblematico di questa cattiva pratica.
Personalmente trovo che debba essere il docente ad imparare dai propri alunni, prima ancora di provare ad insegnare qualcosa a loro. Occorre meritare la loro stima, perchè è forse uno dei pochi metodi efficaci per ottenere un minimo di auterevolezza ai loro occhi. L’autoritarismo, anche in questo caso, non paga.

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